Quello che non avete mai letto de “La vita silente”

romasparita_sds863Mantengo la promessa fatta ad alcune amiche: pubblicare, di tanto in tanto, le parti ‘soppresse’ per ragioni di spazio del romanzo edito nel 2016. Cominciamo con l’incontro al Pincio tra Elvira e Carlo, rispettivamente cugina e capoufficio della protagonista, Laura. Ho lasciato intatto lo stile ‘rosa’: per divertirci.

E’ il 21 luglio 1964 …

“Elvira chiamò timidamente in redazione chiedendo di Borgiani, per avere maggiori dettagli sulla consegna della valigia destinata a Laura: “Dottor Borgiani, mi spiace arrecarle disturbo, ma vorrei portare la borsa prima che il collega parta. La trovo a ora di pranzo?”

“Elvira, la prego, mi chiami soltanto Carlo. Non vorrà affannarsi a portare la borsa fin qui? Posso passare a prenderla io nel pomeriggio. Se poi volesse approfittare della bella giornata estiva per fare una passeggiata in compagnia di un giornalista burbero, proporrei un gelato al Pincio, con vista su Roma. Che ne dice? Ho osato troppo?”. La compagnia di Elvira era talmente gradevole che meritava il rischio di apparire indiscreti.

Alle sei del pomeriggio, quando la morsa del sole di luglio iniziava ad allentare la presa sulla città afosa, Elvira e Carlo Borgiani erano seduti alla gelateria dai tavolini di alluminio a ridosso della terrazza panoramica, dove alcuni bambini assistevano al teatrino delle marionette ed altri giocavano con una giostra manovrata da loro stessi tramite una ruota centrale. Le mamme parlavano tra loro e tutti tiravano un respiro di sollievo in attesa della tipica serata estiva romana.

Elvira gustava una granita al limone: “Grazie per l’invito, Carlo. Tutti questi bambini che giocano mi mettono allegria”. Osservò il volto bruno dell’uomo, la barba brizzolata, gli occhi neri e irrequieti, curiosi come quelli di un ragazzino. Aggiunse: “Sa che alla fine dell’anno diventerò nonna?”

“Questo bambino avrà una nonna giovane e deliziosa. Deve essere una cosa molto bella: io non ho figli, purtroppo” rispose Carlo, studiando i capelli ancora scuri di Elvira, la  collana e gli orecchini di perle, l’abito nero animato da piccoli pois bianchi.

“Io ho soltanto una figlia, si chiama Chiara. E’ stata davvero il chiarore nella mia vita, dopo la perdita di mio marito, tanti anni fa. Per questo bambino, però, ho promesso a Chiara che toglierò definitivamente il lutto dai miei vestiti” spiegò indicando i guanti neri, traforati, in tulle leggero.

“Mi spiace, non sapevo nulla, intendevo dire di suo marito. Pensavo fosse …” e qui si arrestò per non essere indelicato.

“Che fossi signorina, intende, come Laura? No, avevo un marito che amava la musica, la famiglia e il suo lavoro, un uomo come se ne trovano pochi. Aveva sempre una battuta per ogni cosa, il suo motto era ‘ad ogni problema la sua soluzione’. Peccato che al cancro non esista soluzione. E’ morto dopo pochi mesi di malattia, lasciandoci da sole”

“Forse un po’ di volontariato con i malati terminali la aiuterebbe a sentirsi più vicina alle persone costrette a subire il distacco dai loro cari, come è accaduto a lei. Io lo faccio nei giorni festivi, quando la redazione mi lascia un po’ di tregua. Smetto i panni di Borgiani e divento Carlo, l’amico che combatte con loro e che, quasi sempre, viene sconfitto insieme a loro. Se la sentirebbe?”

“Lei è un uomo coraggioso! Devo pensarci bene prima di darle una risposta”: ma, nel  pronunciare queste parole, Elvira aveva già deciso di seguire la strada in salita di Carlo.

Il sole stava tramontando sulla città puntiforme, il crepuscolo era appena velato dal caldo rossastro che proveniva dai tetti e a Ponente spuntava la prima stella della sera. Carlo ed Elvira si avviarono a passo lento verso l’automobile, una Citroen verde bottiglia, per fare ritorno alla quotidianità serale, le strade appena aperte su viali del tutto sconosciuti”.