23 dicembre 1963

8 a _ il ritornoOra che il secondo, lungo capitolo della storia tra Guido e Laura è terminato dopo una sofferta gestazione e spera di vedere prima o poi la luce voglio pubblicare il momento più romantico de “La vita silente”. E’ il 23 dicembre 1963, a poche ore dal Natale…

“… Laura fece improvvisamente cenno di fare un attimo di silenzio, nella stanza accanto stava andando via la segretaria di redazione. Ci mancava soltanto una bella soffiata al direttore o a Borgiani per farla cacciare definitivamente. Una testolina avvolta in un foulard dai disegni gialli e verdi si affacciò in redazione: «Buonasera» fece rivolta all’elegante signore in piedi davanti a loro. Poi, rivolta a Laura: «Io vado, ho chiuso il numero. Non so se Borgiani ha intenzione di passare anche il giorno e la sera della Vigilia qui in ufficio: personalmente, ho due bambini e un marito che mi aspettano a casa. Quindi, auguri di buon Natale a tutti» e si salutarono come due vecchie amiche. «Tolgo il disturbo anche io» aggiunse Guido, prendendo il pacchettino rosso dalla sua cartella di lavoro. «Ha fretta?» chiese Laura. «No, mi creda, tutto meno che fretta. Ho chiuso il mio studio in Facoltà e a casa mi aspettano giusto per decidere i posti a tavola per domani sera». La sorpresa fu grande: il malinconico professor Vivanti aveva una famiglia normale? All’espressione stupita di Laura, lui rispose con semplicità: «Come tutti gli uomini di una certa età, sono persino nonno. A casa mi aspettano moglie, figlie e nipotina, sono circondato da donne, come vede». «Ma è una cosa bellissima, professore! Io invece sono sola, vivo con mia cugina e, a parte gli amici, mi reputo ufficialmente una zitella» rise la donna. «Non le credo. Vuole mantenere il riserbo sulle sue vicende e la capisco. Ma zitella, non posso proprio crederci!». Alle sue parole, avvertì in lei una punta di imbarazzo, la qual cosa confermava la presenza di un ragazzo nella sua vita. «È una situazione difficile da spiegare. Diciamo che non voglio legarmi a nessuno perché amo troppo la mia libertà» rispose brevemente Laura. «Ecco, così va meglio, ora riconosco il suo orgoglio. In ogni caso…» e le offrì il pacchettino «… volevo soltanto farmi perdonare della figura orribile che ho fatto con lei e augurarle buon Natale. Non si aspetti un altro noioso libro sulla filologia romanza. È solo una sciocchezza». «Che pensiero carino. Grazie, professore! Perché non si toglie il cappotto e non si siede un minuto? Il tempo di scartare questo misterioso regalino insieme». «Sì, grazie. In effetti qui fa davvero caldo» disse appoggiando il cappotto sulla sedia. «Sono curioso di vedere il panorama dall’alto. Permette?» e si avvicinò alla finestra, spostando un poco, con due dita, le veneziane, per osservare il fluire delle macchine e le luci convulse della piazza, illuminate dai lampioni in ghisa a lato delle aiuole.  «Posso aprire subito il pacchetto o devo attendere domani sera?». «È solo un pensiero per addolcire un po’ le delusioni. Lo apra». Scartando, in effetti, c’era soltanto una tavoletta di cioccolata all’arancia. Laura sorrise: «È un pensiero delizioso, grazie!» e ne offrì un quadretto a Guido, che accettò con golosità. Rimasero lì, in silenzio, vicini, a osservare annoiati la vita che si svolgeva al di là del vetro. Entrambi si sentivano estranei a se stessi, come se un occhio esterno si fosse impossessato delle loro figure, dei loro pensieri, per proiettarli in una dimensione estranea, al riparo da ogni emozione. In quell’ufficio silenzioso si erano creati, per quanto inconcepibile, uno spazio e un tempo senza alcuna dimensione in cui riversare i desideri non espressi, le aspettative mal riposte, le evasioni e le sconfitte di quella vita priva di vivacità: in una sola parola, le loro frustrazioni. Guido staccò un altro quadretto di cioccolata, porgendo la tavoletta di nuovo a Laura. Andarono avanti così qualche minuto, mangiando cioccolata e riflettendo in silenzio, ciascuno per il suo, senza pensare ai massimi sistemi dell’esistenza, senza chiedersi nulla a cui non vi fosse già una risposta. Anche il luogo sembrava fatto apposta per riflettere: l’ufficio in penombra era una cortina ideale tra se stessi e il mondo impazzito. La grande stanza era rischiarata solo da una lampada da tavolo, le scrivanie erano vuote, il raccoglitore degli articoli e l’armadio dell’archivio incorniciavano l’uomo e la donna che, appena appoggiati alla finestra, sembravano intenti solo a gustare cioccolata. Un momento completo, tondo, che lì iniziava e lì finiva, senza aspettative e senza emozioni. A un certo punto, Guido scosse la testa silenziosamente e il gesto non passò inosservato a Laura, che confessò: «Lo sa? Mi dispiace di non avere avuto il tempo di conoscerla meglio». «Crede che ci sia tanto da conoscere dietro quello che ha già visto? Io sono così come mi vede: Guido Vivanti, ordinario di filologia romanza, ultracinquantenne, marito, padre, nonno quasi perfetto» rispose con il suo abituale sarcasmo. Guardandola negli occhi, mentre le rubava l’ultimo quadretto di cioccolata, aggiunse malinconicamente: «Tutto il resto non ha importanza. Dopo un certo punto della vita, il resto o lo si è raggiunto e lo si vive, o può rimanere nascosto tra i libri. Ma vorrei che lei non facesse i miei errori. Non si fidi delle sue scelte, segua qualche volta il suo istinto… anche a rischio di sbagliare». Alla fine di dicembre, infatti, il bilancio personale di Guido era disastroso. La parte emotiva di sé lo incitava a rivoluzionare la sua vita, ma quella razionale rispondeva che non esisteva nulla che potesse far sperare in un cambiamento. Non solo in famiglia e nella professione, ma lui stesso non attendeva più nulla: ogni cosa sembrava essere stata spiegata, compresa, indirizzata al verso giusto. Era stata semplicemente confermata la sua vita silente, l’ennesima condanna all’esilio dalla sua stessa esistenza. Allo sguardo stupito di Laura, tentò di spiegarsi: «L’attenzione a non sbagliare, a non uscire mai dai binari e dal proprio ruolo, ci toglie la vitalità. A quel punto viene meno anche la forza che gli altri si aspettano da noi e ci troviamo a tradire le loro aspettative» rispose pensando alla sua famiglia. «Non la capisco. Anche la mia vita è fatta di ruoli e credo sia impossibile cambiarli. Diciamo che mi spaventa l’idea di rivoluzionare le cose» e pensò ad Andrea, al quale, in parte, si concedeva ma dal quale non avrebbe mai voluto nulla di diverso. In fondo, lei avrebbe continuato la solita vita, rassegnata agli interrogativi senza risposta, ma davvero non riusciva a sentirsi infelice: quella calma illusoria le sembrava ormai l’unica sicurezza. Guido annuì in silenzio. Conosceva molto bene quel tipo di acquiescenza esistenziale. «Devo andare, ora. Soprattutto… devo lasciarla andare» disse guardandosi intorno nell’ufficio deserto «Voglio sperare che quando ripenserà – se mai ripenserà – al dorato mondo accademico, le torni in mente questo momento di verità scomode che ci siamo confidati e… questa cioccolata che era davvero squisita» concluse sorridendo con un inusuale moto di simpatia e di tenerezza. In quell’istante dei passi concitati annunciarono il sopraggiungere trafelato di Borgiani, arrivato in chiusura del numero per controllare il lavoro della segretaria di redazione. Fortunatamente non si accorse della sua presenza. Il caporedattore sbatté la porta del suo ufficio senza accorgersi di nulla e di nessuno. Il fremito di Laura non passò inosservato. «Ha paura di qualcuno?» le chiese sottovoce Guido. Lei fece di no con la testa e gli si avvicinò: «Non volevo nessuno intorno, stavamo parlando così bene». «Ma ci siamo detti tutto quello che dovevamo dirci» rispose Guido, andando verso la sedia su cui erano appoggiati il cappotto, il cappello e la cartella «Mi consideri però sempre a sua disposizione qualora le venisse in mente di riaffrontare i trovatori provenzali» concluse, con circospezione e sempre sottovoce, per non suscitare l’attenzione dei colleghi. «Allora non mi resta che ringraziarla e farle gli auguri» disse lei nel gesto di accompagnarlo verso l’uscita. Ma in quel preciso istante esplose la rivoluzione nelle loro vite. Esplose rapidamente, senza una ragione. Anzi, senza una sola delle ragioni sbagliate che avevano plasmato i loro percorsi fino a quel momento. Senza una parola, soprattutto. Perché, di parole, non ce n’era più bisogno: Laura percorse rapidamente il tratto che separava la finestra dalla porta e la chiuse. Con pochi passi tornò indietro, si fermò un attimo davanti a Guido, poi lo abbracciò appassionatamente, in un abbraccio assetato, senza respiro. Si aprì la porta su un mondo sconosciuto: quello delle emozioni, di cui non sapevano nulla ma al quale volevano comunque affidare se stessi. Da quel momento ogni loro azione, ogni loro pensiero, sarebbe stato sconvolto. Guido fu sopraffatto da una forza sconosciuta, di una violenza mai sperimentata. Fu avvolto da una spirale di gentile dolore. Cosa era? Cosa stava accadendo? Sentiva il viso di Laura appoggiato sulla sua spalla, poi le sue guance sfiorare le sue guance, poi le piccole mani che lo afferravano e lo accarezzavano: improvvisamente Jaufre e Guido erano divenuti una sola persona. Facendolo nascere di nuovo.”