Autunno caldo

“La stazione di Piazzale Ostiense, già alle otto di mattina del 28 novembre 1969, era un tripudio di bandiere e di striscioni con le sigle UILM FIM FIOM una a fianco all’altra, a far intendere che il padronato
non avrebbe trovato dubbi o divisioni, bensì un interlocutore motivato e dalle idee chiare. Dalle porte dei treni speciali organizzati per la manifestazione nazionale dei metalmeccanici, si riversarono operai, impiegati, tecnici che – da Nord a Sud – avevano affrontato un lungo viaggio e ora erano pronti a sfilare civilmente per le strade di Roma, fino a raggiungere Piazza del Popolo per il comizio dei tre rappresentanti dei sindacati unitari: Giorgio Benvenuto, Luigi Macario, Bruno Trentin.
Appena sceso dal vagone di seconda classe, Goffredo, forte del suo metro e ottantasette, iniziò a farsi passare dal finestrino gli striscioni arrotolati, i megafoni, i cartelli, consegnandoli a Giberti che, a sua volta, li appoggiava ai piloni posti lungo la banchina. Quando tutta la rappresentanza della Redaelli ebbe toccato terra, in pratica il novanta per cento della fabbrica, Goffredo mise due dita ai lati della bocca e con un  fischio sonoro si pose alla testa del gruppo facendo segno di seguirlo verso l’uscita della stazione.
Fuori, sul piazzale e lungo via Marmorata, il corteo si dispiegava ordinatamente entro il cordone organizzato dagli stessi sindacati per dimostrare a tutti che non erano certamente loro, gli operai, a volere i disordini; Goffredo, Ferruccio, “il” Giberti e decine di uomini avanzavano ai lati dei manifestanti, la fascia del servizio d’ordine bene in vista sul braccio, formando una catena trattenuta da mani robuste.
«Compagni! Deviamo di tre metri sulla destra per evitare le camionette della Polizia!» ordinò Ferruccio vedendo lo schieramento immobile dei poliziotti e i tratti tesi sui volti degli uomini in divisa.
Era evidente che l’ordine era di attaccare, soprattutto a seguito degli incidenti che avevano sconvolto Milano il 19 novembre, dopo l’assemblea pacifica dei sindacati  al “Teatro Lirico” che si era chiusa, invece, in uno scontro violento tra manifestanti e Polizia, culminato con l’uccisione del giovane agente Antonio Annarumma.
Dopo quattro ore la testa del corteo dei centomila operai fece la sua entrata in Piazza del Popolo, mentre la coda, simile a una gigantesca creatura mitologica, poggiava ancora a Largo Argentina.
Soddisfatto per il successo della manifestazione ma accaldato per la tensione accumulata nel servizio d’ordine, Goffredo era pronto ad affrontare la seconda prova di quel lungo venerdì; si tolse la fascia dal braccio e la consegnò a Ferruccio: «Ciàpa! Io sarò di ritorno tra un paio d’ore. Forse».
«Perché? Che c’è di così importante, proprio adesso che iniziano a parlare?»
Goffredo venne distratto dal rumore delle pale di un elicottero che eseguiva una sorta di girotondo sulle loro teste: «Guardali, devono provocarci a tutti i costi! Non credono nella nostra capacità di fare pressione senza fare casino!» esclamò indicando il mezzo della Polizia che si abbassava, si sollevava di nuovo, virava e tornava a volteggiare nel cielo terso.
«Vado all’università, Ferruccio, devo incontrare un amico. Se non dovessi fare in tempo a tornare qui, ci vediamo sul treno. Ciao!» e se ne andò.
A passi lunghi, risalendo via del Corso, voltandosi di tanto in tanto per agitare il pugno chiuso in segno di partecipazione, l’uomo arrivò – eskimo sulla spalla – all’imponente porticato dell’università, originariamente bianco, ora pieno di scritte rosse e nere. Percorse il viale alberato, al cui fondo si stagliava la gradinata del Rettorato e piegò sulla destra, verso la Facoltà di Lettere: le idee chiare e il cuore deciso, era pronto ad affrontare lo scontro più difficile della sua vita…”

Dalla “colonna sonora” de “I giorni e l’amore”: San Francisco, Scott McKenzie

 

Brano tratto da: "I giorni e l'amore" (Ed. Kimerik, 2019) in vendita su tutti gli store on line anche in e-book, ordinabile in qualsiasi libreria e (scontato 22%) con una mail a info@luisasisti.com