Milano, 12 dicembre 1969

E’ stato uno dei punti più sofferti, ricostruire in una ‘fiction’ una tragedia come quella di Piazza Fontana. Ci ho provato: ho letto i quotidiani, ascoltato i ‘giornali radio’ e visto i ‘telegiornali’, ho rivissuto in me quelle ore che sconvolsero l’Italia. E nel romanzo, da cui ho tratto una piccola parte, Laura sta facendo acquisti in un negozio per bambini, per il suo piccolo Fabrizio. Ecco il brano:

… Un buffo orologio a cucù segnò le quattro e mezza. La commessa risalì, salutò le clienti appena entrate e stese sul bancone i due golf a losanghe, aggiungendone uno blu a tinta unita: «Guardi questo, è delizioso, è in lana irrestringibile. Se vuole posso ricamare, tinta su tinta, l’iniziale del suo bambino entro… mi faccia pensare, oggi è il 12… guardi, se ripassa lunedì sera glielo faccio trovare pronto!» «Ha ragione, sarebbe perfetto per Fabrizio» disse lei aprendo le maniche raglan del golfino. «Potrei avere anche dei calzini di lana? Resistenti, perché lui gira per casa a piedi nudi come suo padre e…»  Un boato percosse le mura del negozio, mandando in frantumi la vetrina, seguito da un silenzio di pochi secondi. Le quattro donne si trovarono strette una accanto all’altra a difendere la carrozzina, mentre un fumo leggero, grigio, si diffondeva in strada. «Ma che è stato?» esclamò la ragazza cercando di guardare fuori. «Dio mio!» mormorò la commessa, avvicinandosi alla vetrina di cui era rimasta intatta, tagliata come una ghigliottina, la parte superiore. «Vado a vedere» disse Laura afferrando la borsa, il taccuino e la matita. Uscì in strada calpestando i vetri: il lenzuolo con le papere, i golfini, le scarpette di lana rosa, gialle, celesti, erano cosparsi di schegge e di una polvere luminosa, sinistra, come i suoni soffocati che arrivavano da piazza Fontana.Risalì la via costeggiando la “Curia Arcivescovile”, seguendo il fumo e le voci concitate dei passanti, fino alla piazza, dove la facciata della “Banca Nazionale dell’Agricoltura” sembrava fosse stata bombardata; qualcuno fuggiva terrorizzato, altri avanzavano per portare soccorso, in un’atmosfera resa irreale dal fumo denso che continuava a uscire dalle finestre al primo piano del palazzo. Una, due, tre, quattro sirene… le luci lampeggianti delle ambulanze cominciarono a guizzare nell’oscurità, come le squame fosforescenti di certi pesci tropicali negli acquari, avvicinandosi e allontanandosi dalle porte incandescenti con il loro carico di morte. Impaurita e affascinata da quello scenario raccapricciante, Laura, il corpo ghiacciato dallo spavento, avanzò tra la folla, stenografando tutto ciò che vedeva e sentiva, spinta da una forza incoercibile che le imponeva di andare ancora più avanti, dentro la banca, nel cuore della devastazione. Si sentì afferrare per la spalla, una voce di uomo che la scuoteva: «Scàpa! Gh’hann brüsa tûtt

***

Quando le porte dell’ambulanza si richiusero tagliandola fuori dal mondo del dolore, a Laura non rimase che guardarsi intorno per capire cosa fosse realmente accaduto; spintonata da un cordone di fotografi , fermata da un poliziotto cui mostrò il tesserino da giornalista, angosciata per i lamenti che venivano dall’interno della banca, riuscì soltanto a raggiungere una vetrata rimasta stranamente integra. «Non farlo, Savini, non entrare! Corri in redazione» tuonò una voce conosciuta. Era il cronista della pagina politica del “Corriere”, arrivato con un tempismo straordinario, considerò la donna. «Già qui? Al giornale sanno cosa è accaduto?» «Si diceva una caldaia, ma è stata una bomba e fino adesso la Polizia ha contato tredici morti. Prova a intervistare qualcuna di queste persone qui intorno, poi corri a trascrivere tutto quello che sai. Mi raccomando, precisione e velocità: il tuo pezzo servirà per l’editoriale, sei l’unica testimone ». Una guerra! Laura rabbrividì al pensiero di quel poveretto sotto il lenzuolo: e come lui, altri, portati via nelle ambulanze, come le vittime della peste sui carri… «Resto ad aiutare, c’è bisogno di gente» obiettò lei. «Di gente ce n’è anche troppa, qui restiamo solo io e Brogi. Vai e attendi altre notizie» concluse il collega facendo segno al fotografo di seguirlo, prima di varcare la soglia della banca, tra i flash che fendevano il buio con il loro bagliore puntiforme. Che intende dire con altre notizie? si domandò Laura nel lasciare piazza Fontana, facendosi largo tra le persone che affluivano, sbigottite, da via Beccaria; iniziò a camminare, inciampando in un giornale lasciato in terra da qualcuno, poi a correre, verso via Solferino. Attraversò i luoghi del ricordo: la “Galleria”, il “Teatro alla Scala”, la caffetteria “Cova”, ripercorrendo in pochi minuti le ragioni che l’avevano spinta a trattenersi a Milano, una città straordinaria che l’aveva accolta prima ancora di conoscerla e ora, ferita, le stava chiedendo aiuto. Ovunque si voltasse vedeva visi sconosciuti, orgogliosi, che con lo sguardo muto si interrogavano sull’orrore che, ormai, circolava di voce in voce e decise che c’era una sola maniera per aiutare veramente quella gente: fare il proprio lavoro e farlo bene, testimoniando la rabbia e l’offesa ricevuta da una mano ignota. Soltanto quando arrivò a largo Treves si accorse di aver lasciato nel negozio i regali, ma non era poi così importante, non ora che un ordigno – termine inaccettabile – aveva sporcato i suoi sogni e quelli di una nazione ancora giovane. Ecco cosa scriverò, pensò salendo le scale di via Solferino …”

 

Dalla colonna sonora: L.v.Beethoven, Allegretto, dalla Sinfonia n.7


Tratto dal romanzo "I giorni e l'amore", edito da Kimerik, su IBS, Amazon, Feltrinelli ecc. anche in e-book o richiedendolo direttamente a info@luisasisti.com per sconto e dedica personalizzata.